«Provare a dire qualcosa che merita di essere ascoltato». Conversazione con Roberto Castello

 

Le conversazioni sono le sedici interviste agli autori che saranno a NID Platform e che pubblicheremo da luglio a settembre.
Intervista a cura di Lisa Cadamuro, NID Platform staff 

 

Il titolo del suo lavoro In girum imus nocte et consumimur igni è molto particolare: è un palindromo latino che significa “Andiamo in giro la notte e siamo consumati dal fuoco” e, nella sua enigmaticità, dice in realtà moltissimo dello spettacolo. Com’è nato questo lavoro?

Tutto è partito dalla camminata che fa da bordone allo spettacolo, il resto è venuto in qualche modo da sé. Il titolo è stato trovato – o forse meglio, ci ha trovati – quando il lavoro aveva già un’identità, quando era ormai chiaro che il discorso che si stava sviluppando ruotava intorno al desiderio. Anche quella che poi è diventata la colonna sonora in origine era solo un metronomo per le prove, così come la voce femminile che accompagna lo spettacolo era nata con una funzione meramente pratica. Non c’era la minima intenzione di conservarle per la scena, ma a un certo punto ci siamo resi conto che erano diventate assolutamente insostituibili. Lo spettacolo ha assunto insomma la configurazione radicale che lo caratterizza senza che nessuno lo avesse mai esplicitamente pensato in questo modo.

 

Lei è l’autore dello spettacolo, che è realizzato in collaborazione con Mariano Nieddu, Stefano Questorio, Giselda Ranieri, Irene Russolillo e Ilenia Romano. Come ha lavorato per questa coreografia e in che misura è una creazione condivisa?

Penso che la creazione dovrebbe essere un piacere e un divertimento per tutti quelli che vi partecipano e mi sembra normale e giusto che chi va in scena metta qualcosa di suo nel lavoro. Non amo i rapporti mercenari. Quello teatrale d’altronde è un lavoro collettivo e più occhi vedono più cose e più teste pensano meglio di una. Quello dell’artista demiurgo è un approccio che proprio non capisco. Non è un caso che il mio nome non compaia nel nome della compagnia.

 

Che ruolo hanno la musica, i costumi e le scene in questo spettacolo?

La musica non ha né valore decorativo, né simbolico, né connotativo. È del tutto anonima ma allo stesso tempo, nella sua spietata radicalità, assolutamente insostituibile. Non molto diverso è il discorso per i costumi, essenziali, sia per la loro capacità di spostare i personaggi in una dimensione atemporale, sia per come interagiscono con le luci, la componente più spettacolare di In girum. Non si utilizzano infatti fari teatrali, ma unicamente un videoproiettore con cui viene costantemente ridisegnato lo spazio dell’azione dando seguito a un’intuizione che risale ai primi anni 2000 ma che prima, per l’inaccessibilità dei software e degli apparecchi, non era mai stato possibile tradurre in pratica.

 

Come danzatore e coreografo, lei ha lavorato anche per il cinema, per la televisione e nel mondo dell’arte. Come vive queste esperienze e in che modo influenzano il suo lavoro?

Sono, come tutti, il risultato di tutte le esperienze che ho avuto e intendo la professione artistica come produzione di idee. Per questo la componente tecnica, per quanto fondamentale, non è mai al centro dei miei lavori e non ho nessuna remora a utilizzare anche elementi linguistici che non hanno nulla a che vedere con la danza. È qualcosa che nelle arti visive si fa normalmente da oltre un secolo e non credo esistano ragioni per cui questo non dovrebbe accadere normalmente anche in teatro. Non mi sembra così importante insomma se e quanto uno spettacolo è o meno di danza (ma cosa è poi esattamente la danza?), ma solo se prova a dire qualcosa che merita di essere ascoltato.

 

Nel 1993 ha fondato ALDES, un’associazione di artisti e operatori culturali che da allora dirige. Perché questo esperimento è ancora così importante e che cosa è cambiato secondo lei in Italia negli ultimi vent’anni?

Se ALDES ha un’importanza è forse perché è un luogo in cui l’arte non viene interpretata come una tecnica o un mestiere, ma come quell’ambito delle attività umane in cui si cerca di parlare della realtà utilizzando linguaggi più complessi e più vicini alle cose di quello verbale, cui normalmente si limita la comunicazione fra estranei, e che io sto non a caso usando in questo momento. Un luogo in cui si garantiscono a molte persone condizioni di lavoro, modeste ma decorose, rigorosamente uguali per tutti (me incluso). Un luogo insomma in cui si cerca di vivere facendo cose di cui si capisce il senso senza essere schiavi dalle dinamiche del denaro.

 

Lei è considerato un coreografo impegnato e politicamente controverso. Che cos’è l’impegno per lei, oggi?

L’impegno che mi si attribuisce credo consista essenzialmente nel mio rigore nel non venire meno alla mia idea di democrazia e cittadinanza, che impone a tutti – ma veramente a tutti – gli stessi diritti e doveri. Di qui la mia propensione ad avere rapporti difficili con chi a mio avviso non fa un uso corretto del potere di cui dispone.

 

Che cosa si aspetta da questa edizione di NID Platform?

Che crei un collegamento con programmatori di Paesi in cui la circuitazione degli spettacoli sia meno difficile che da noi.

 

Roberto Castello 

(Torino 1960) Danzatore, coreografo, insegnante. Castello è probabilmente il più ideologicamente impegnato e politicamente controverso tra i coreografi che rappresentano la danza italiana contemporanea.
Nei primi anni ’80 danza a Venezia nel “Teatro e danza La Fenice di Carolyn Carlson”, dove realizza le sue prime coreografie. Nel 1984, è tra i fondatori di Sosta Palmizi. Nel 1993 fonda ALDES. Riceve svariati premi, tra cui il Premio UBU nel 1986 e nel 2003 (“Il Cortile”/“Il migliore dei mondi possibili”). Dal 1996 è curatore di varie manifestazioni e rassegne e, dal 2005 al 2015, è docente di coreografia digitale presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. A partire dal 2008, con ALDES, cura il progetto “SPAM! rete per le arti contemporanee” nella provincia di Lucca, ospitando residenze, una programmazione multidisciplinare di spettacoli, workshop, attività didattiche, incontri.
Durante la sua carriera, collabora, tra gli altri, con Peter Greenaway, Eugène Durif, Rai3 / Fabio Fazio e Roberto Saviano, Studio Azzurro.